Con le mani sul pacco

2 03 2008

Como, 11 Maggio 2007
Un operaio, in tuta da lavoro, sente la necessità di sistemarsi la tuta, e con noncuranza se la sistema. Nulla di strano fin qui.
Un operaio, in tuta da lavoro, sente la necessità di sistemarsi la tuta, che gli da fastidio al pacco, e con noncuranza se la sistema. Nulla di strano nemmeno qui.
Quell’operaio, l’11 Maggio 2007, viene condannato dalla Corte di Cassazione, con la sentenza 8389, a 200 euro di multa perchè “sulla pubblica via si toccava vistosamente i genitali (da sopra i vestiti)”.
Quello stesso operaio fa ricorso, sostenendo che il gesto da lui “effettuato, equiparato a un grattamento, non era nient’altro che un movimento compulsivo e involontario, probabilmente finalizzato alla sistemazione della tuta da lavoro”.
Tale ricorso però non è stato accolto dalla Suprema Corte, secondo la quale “il palpeggiamento dei genitali davanti ad altri soggetti, in quanto manifestazione di mancanza di costumatezza ed educazione, deve considerarsi atto contrario alla pubblica decenza, concetto comprensivo di quel complesso di regole comportamentali etico-sociali che impongono a ciascuno di astenersi da condotte potenzialmente offensive del sentimento collettivo della compostezza del decoro, generanti disagio, disgusto e disapprovazione nell’uomo medio”.
Premessa la bizzarria della faccenda, e la bizzarria del concetto di “decenza” che si ha nel nostro Paese, è interessante con quale dedizione la giustizia italiana si occupi di questi casi. Sono interminabili gli anni per la conclusione di un processo in questo paese, sono migliaia gli euro letteralmente buttati nel cesso per gli avvocati, e i giudici hanno il coraggio e l’indecenza di occuparsi di un caso di pubblica decenza (scusate il gioco di parole) per uno che si tocca il pacco.

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